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Guida Sicurezza 81

Rischio elettrico nei luoghi di lavoro: obblighi e verifiche

Rischio elettrico nei luoghi di lavoro: verifiche DPR 462/2001 ogni 2 o 5 anni, qualifiche PES PAV PEI e checklist in 10 punti per piccole imprese.

Rischio elettrico nei luoghi di lavoro: obblighi e verifiche — guida di Guida Sicurezza 81

Il rischio elettrico nei luoghi di lavoro riguarda ogni azienda, anche un ufficio con due computer: contatti con parti in tensione, guasti dell’impianto, incendi di origine elettrica e fulmini. Il D.Lgs. 81/08 lo disciplina al Titolo III, Capo III (artt. 80-87) e lo collega a due obblighi concreti: impianti a regola d’arte e verifiche periodiche della messa a terra.

Cosa prevede il Capo III del Testo Unico

L’art. 80 obbliga il datore di lavoro a proteggere i lavoratori da tutti i rischi di natura elettrica connessi a materiali, apparecchiature e impianti messi a disposizione. La norma li elenca: contatti elettrici diretti e indiretti, innesco e propagazione di incendi, fulminazione diretta e indiretta, sovratensioni e altre condizioni di guasto ragionevolmente prevedibili. Il testo vigente è su Normattiva.

Gli articoli successivi definiscono il resto del quadro:

ArticoloContenutoCosa significa per una piccola impresa
80Valutazione e misure contro i rischi elettriciIl rischio elettrico entra nel DVR, con le misure adottate
81Impianti e apparecchiature costruiti secondo le norme di buona tecnicaImpianto progettato e realizzato a regola d’arte, apparecchi marcati CE
82Lavori sotto tensioneVietati, salvo eccezioni precise e personale idoneo
83Lavori in prossimità di parti attiveRispetto delle distanze dell’Allegato IX
84Protezione dai fulminiValutare se l’edificio è autoprotetto o serve un impianto
85Luoghi con pericolo di esplosioneImpianti adatti alle zone classificate
86Verifiche e controlliVerifiche periodiche e verbali a disposizione della vigilanza
87SanzioniSanzioni per datore di lavoro e dirigenti che violano il Capo III

Le norme tecniche CEI non sono legge, ma la legge rinvia alla buona tecnica: in pratica un impianto conforme alle norme CEI si considera realizzato a regola d’arte.

L’impianto: dichiarazione di conformità e messa a terra

Prima ancora della sicurezza sul lavoro, l’impianto deve essere realizzato da un’impresa abilitata che rilascia la dichiarazione di conformità prevista dal DM 37/2008. È il primo documento che un ispettore chiede e quello che più spesso manca dopo ampliamenti o traslochi. Come leggerla e cosa fare se è assente è spiegato in dichiarazione di conformità.

Per l’impianto di messa a terra, e per gli eventuali impianti di protezione contro le scariche atmosferiche, il DPR 462/2001 prevede che la dichiarazione dell’installatore valga come omologazione. Entro 30 giorni dalla messa in esercizio il datore di lavoro la invia sia all’INAIL, oggi tramite il servizio telematico CIVA, sia all’ASL o all’ARPA territorialmente competente (art. 2 del DPR 462/2001); dove è attivo, lo sportello unico per le attività produttive può ricevere la pratica e inoltrarla. Il funzionamento dell’impianto di terra e i controlli possibili sono descritti in messa a terra.

Verifiche periodiche DPR 462/2001: scadenze e procedura

Dopo l’omologazione, il datore di lavoro deve far verificare periodicamente l’impianto di messa a terra a proprie spese, rivolgendosi all’ASL o ARPA oppure a un organismo abilitato dal Ministero. La periodicità dipende dall’ambiente:

Tipo di luogoPeriodicità della verifica
Luoghi di lavoro ordinari (uffici, negozi, laboratori, capannoni)Ogni 5 anni
CantieriOgni 2 anni
Locali a uso medico (ambulatori, studi medici e odontoiatrici)Ogni 2 anni
Ambienti a maggior rischio in caso di incendioOgni 2 anni
Luoghi con pericolo di esplosioneOgni 2 anni

Dal 2024 l’INAIL ha attivato su CIVA il servizio con cui il legale rappresentante comunica tempestivamente il nominativo dell’organismo scelto per le verifiche periodiche, come previsto dall’art. 7-bis del DPR 462/2001 (avviso INAIL). L’organismo rilascia un verbale che va conservato ed esibito su richiesta. Se l’esito è negativo, o dopo una modifica sostanziale dell’impianto, serve una verifica straordinaria.

Esempio di calcolo delle scadenze

Esempio: un centro estetico apre a marzo 2022 e l’installatore consegna la dichiarazione di conformità. Non ci sono locali a uso medico, quindi la prima verifica periodica scade a marzo 2027. Se nel 2025 il titolare ricava una stanza in cui un medico esegue trattamenti, quel locale può diventare a uso medico: l’impianto va adeguato con una nuova dichiarazione e la cadenza delle verifiche passa a 2 anni. Il punto va chiarito con l’installatore e con l’organismo verificatore, non deciso a occhio. Il calendario completo e cosa controllare nel verbale sono nella pagina verifiche periodiche.

L’art. 86 aggiunge un secondo livello: oltre alle verifiche del DPR 462, l’impianto va sottoposto a controlli periodici secondo la buona tecnica, con esito verbalizzato. In una piccola azienda significa almeno la prova periodica degli interruttori differenziali con il tasto di test e una manutenzione programmata dei quadri.

Chi può lavorare sugli impianti: PES, PAV e PEI

I lavori elettrici, cioè gli interventi su impianti o in prossimità di parti attive, non possono essere affidati a chiunque. La norma CEI 11-27, che recepisce la CEI EN 50110-1, definisce i profili:

  • PES, persona esperta: ha istruzione, conoscenze ed esperienza per analizzare i rischi e organizzare il lavoro in sicurezza;
  • PAV, persona avvertita: è stata adeguatamente informata da persone esperte e può eseguire lavori definiti, spesso sotto la loro supervisione;
  • PEI, persona idonea: PES o PAV che il datore di lavoro ha dichiarato idonea anche ai lavori sotto tensione in bassa tensione.

La qualifica non è un attestato del corso: è attribuita per iscritto dal datore di lavoro, che valuta formazione ed esperienza e indica i tipi di lavoro consentiti. Tutti gli altri lavoratori sono persone comuni e possono solo usare apparecchi e impianti, senza aprire quadri o intervenire su parti in tensione. Il tema è approfondito in lavori elettrici: chi può farli.

Errore tipico in ispezione

Il manutentore interno sostituisce interruttori e prese da anni, ma in azienda non esiste alcun documento di attribuzione della qualifica PES o PAV. In caso di infortunio, il datore di lavoro dovrà dimostrare di aver affidato lavori elettrici a personale qualificato: senza atto scritto la dimostrazione è difficile.

Le attrezzature e l’uso quotidiano

Gran parte degli incidenti elettrici nelle piccole imprese non nasce dall’impianto fisso ma da ciò che vi si collega. Le cause ricorrenti sono cavi danneggiati, prolunghe arrotolate che si surriscaldano, multiprese in cascata, apparecchi riparati con nastro isolante, attrezzi da esterno usati sotto la pioggia. Le regole pratiche su prese, prolunghe e multiprese evitano buona parte di queste situazioni. Per le macchine e gli utensili elettrici valgono anche gli obblighi generali descritti nel capitolo sulle attrezzature di lavoro.

Un impianto elettrico difettoso è anche una delle principali cause di incendio: la valutazione del rischio elettrico va quindi coordinata con quella del rischio incendio.

Checklist rischio elettrico per piccole imprese

  1. La dichiarazione di conformità dell’impianto, con eventuali integrazioni per le modifiche, è in archivio.
  2. La dichiarazione dell’impianto di messa a terra risulta inviata a INAIL e ad ASL o ARPA, e il verbale dell’ultima verifica periodica è disponibile.
  3. La prossima scadenza DPR 462 è segnata nello scadenziario, con la periodicità corretta.
  4. L’organismo incaricato delle verifiche è stato comunicato all’INAIL.
  5. I quadri sono chiusi, identificati e accessibili solo a personale autorizzato.
  6. I differenziali vengono provati periodicamente con il tasto di test e la prova è annotata.
  7. Esiste un atto scritto di qualifica PES, PAV o PEI per chi esegue lavori elettrici.
  8. Le imprese esterne che intervengono sull’impianto sono abilitate e coordinate.
  9. Prolunghe e multiprese sono in buono stato, a norma e non collegate in cascata.
  10. I lavoratori sanno a chi segnalare un guasto e sanno che è vietato ripararlo da soli.

Domande frequenti

Ogni quanto va fatta la verifica della messa a terra?

Secondo il DPR 462/2001 ogni 5 anni nei luoghi di lavoro ordinari e ogni 2 anni nei cantieri, nei locali a uso medico, negli ambienti a maggior rischio in caso di incendio e nei luoghi con pericolo di esplosione. La verifica è a carico del datore di lavoro, che sceglie l’ASL o ARPA oppure un organismo abilitato e conserva il verbale.

Se l’azienda è in affitto, chi paga la verifica periodica?

L’obbligo del DPR 462/2001 è del datore di lavoro che utilizza l’impianto, non del proprietario dell’immobile. Il contratto di locazione può ripartire i costi in modo diverso, ma verso l’organo di vigilanza risponde chi ha i lavoratori. Conviene chiarire nel contratto anche chi conserva la dichiarazione di conformità e chi esegue gli interventi di adeguamento.

Un dipendente può cambiare una presa o una lampadina?

Sostituire una lampadina in un apparecchio predisposto, a impianto sezionato, rientra normalmente nell’uso corrente. Cambiare una presa o un interruttore è invece un lavoro elettrico: richiede una persona qualificata dal datore di lavoro secondo la CEI 11-27 e, se modifica l’impianto, un’impresa abilitata ai sensi del DM 37/2008.

Cosa rischia chi non fa le verifiche periodiche?

L’art. 87 del D.Lgs. 81/08 sanziona il datore di lavoro e il dirigente che violano gli obblighi del Capo III, comprese le verifiche e i controlli dell’art. 86; il tipo di sanzione dipende dalla norma violata. Il rischio più serio emerge però dopo un infortunio o un incendio: la mancanza dei verbali rende difficile dimostrare di aver mantenuto l’impianto in condizioni di sicurezza.

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