Differenza tra pericolo e rischio, con danno e probabilità
Differenza tra pericolo e rischio secondo l'art. 2 del D.Lgs. 81/08: cosa sono danno e probabilità, come si stima R = P × D, esempi e un caso svolto.
Il pericolo è una caratteristica propria di una cosa o di una situazione che può fare male: la lama, il solvente, la scala. Il rischio è la probabilità che quel danno si verifichi davvero, per quelle persone, in quel modo di lavorare. Il pericolo si elimina o si allontana; il rischio si stima combinando probabilità e gravità del danno.
Le definizioni dell'art. 2, lette una parola alla volta
L'art. 2 del D.Lgs. 81/2008 dà le due definizioni da cui parte tutta la valutazione. Alla lettera r) il pericolo è la «proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni». Alla lettera s) il rischio è la «probabilità di raggiungimento del livello potenziale di danno nelle condizioni di impiego o di esposizione ad un determinato fattore o agente oppure alla loro combinazione».
Tre parole contano più delle altre. «Intrinseca» dice che il pericolo appartiene alla cosa: un acido è corrosivo anche chiuso nell'armadio. «Condizioni di impiego o di esposizione» dice che il rischio nasce solo quando una persona entra in contatto con quel fattore, e cambia con il modo, il tempo e la frequenza del contatto. «Combinazione» ricorda che i fattori si sommano: pavimento bagnato più carico in mano più fretta producono un rischio di caduta maggiore di ciascun elemento preso da solo.
Il pillar sulla valutazione dei rischi spiegata a chi non è tecnico usa queste definizioni per costruire il metodo in cinque passi. Qui ci fermiamo sulle parole, perché scriverle male porta a un documento che non serve.
Danno e probabilità: le due leve del rischio
Il D.Lgs. 81/08 non definisce il danno, ma dalla lettera s) si ricava che è il «livello potenziale» a cui il pericolo può portare: una contusione, una frattura, una malattia professionale, la morte. Il danno si descrive sempre sulla persona, non sulla cosa: «ustione di secondo grado alla mano», non «forno caldo».
La probabilità dice quanto è credibile che quel danno si realizzi. Dipende da elementi concreti che si possono osservare:
- quante volte e per quanto tempo le persone sono esposte;
- quante persone sono esposte e con quale esperienza;
- quali protezioni e procedure ci sono già e se funzionano davvero;
- se ci sono stati infortuni o quasi infortuni, qui o in attività simili.
Per questo molti metodi stimano il rischio con il prodotto R = P × D, dove P e D sono due scale, di solito da 1 a 4. La formula non è prescritta dalla legge: l'art. 28 chiede di dichiarare i criteri adottati, non di usarne uno in particolare. Come scegliere e dichiarare il metodo è spiegato nella scheda sui criteri di valutazione dei rischi nel DVR.
Stesso pericolo, rischi diversi: esempi quotidiani
Il modo più rapido per capire la differenza è guardare lo stesso pericolo in due situazioni. Il pericolo non cambia; cambiano le condizioni di esposizione, e quindi il rischio.
| Pericolo | Situazione A | Rischio in A | Situazione B | Rischio in B |
|---|---|---|---|---|
| Lama dell'affettatrice | Salumeria, uso continuo e pulizia giornaliera della lama | Alto: taglio grave durante la pulizia | Negozio che la vende imballata | Trascurabile per chi la sposta in scatola |
| Candeggina concentrata | Impresa di pulizie, diluizioni manuali ogni giorno | Medio: schizzi agli occhi, irritazioni | Ufficio, flacone usato una volta al mese da un addetto esterno | Basso per i dipendenti |
| Scala portatile | Magazzino, salite continue con scatole in mano | Medio-alto: caduta dall'alto | Ufficio, salita due volte l'anno per cambiare una lampadina | Basso, ma non nullo |
| Rumore di un compressore | Officina, compressore accanto al banco per tutto il turno | Da misurare: possibile danno all'udito | Compressore chiuso in un locale tecnico | Basso per gli addetti al banco |
| Videoterminale | Addetta che lavora al computer per tutta la giornata | Disturbi visivi e posturali da valutare | Titolare che legge la posta 30 minuti al giorno | Molto basso |
L'ultima colonna mostra anche perché un rischio «basso» resta scritto: dipende da condizioni che possono cambiare. Se il compressore viene spostato vicino al banco, il pericolo è lo stesso ma il rischio sale.
Esempio svolto: un piccolo ufficio
Esempio: uno studio con quattro impiegati, un archivio con scaffali alti, una scala a tre gradini, una stampante multifunzione e prolunghe a terra sotto le scrivanie. Applichiamo le definizioni passo per passo.
| Pericolo (la cosa) | Rischio scritto come evento | P | D | R |
|---|---|---|---|---|
| Scaffale alto e scala a tre gradini | Caduta dalla scala mentre si prende un faldone pesante | 2 | 3 | 6 |
| Prolunga a terra | Inciampo passando dietro le scrivanie, contusioni | 3 | 1 | 3 |
| Cassetti pieni dello schedario | Ribaltamento del mobile aprendo più cassetti insieme | 1 | 3 | 3 |
| Toner della stampante | Contatto con la polvere durante la sostituzione | 1 | 1 | 1 |
La scala dà il valore più alto perché combina una probabilità non trascurabile (si usa ogni giorno, spesso con le mani occupate) con un danno potenzialmente serio. Le misure seguono il ragionamento: spostare i faldoni pesanti sui ripiani bassi abbassa la probabilità, fissare lo schedario al muro rende quasi impossibile il ribaltamento, una canalina passacavi elimina il pericolo dell'inciampo. Il passaggio successivo, cioè che cosa resta dopo le misure, è spiegato nella scheda sul rischio residuo.
Che cos'è un rischio, nella pratica del DVR
Nel linguaggio comune «rischio» indica qualunque cosa possa andare storto. Nel DVR serve una definizione più stretta: un rischio è un evento dannoso, riferito a persone precise, che nasce da un pericolo in una fase di lavoro precisa. Se manca uno di questi elementi, la riga del documento è incompleta.
I rischi si raggruppano di solito in tre famiglie, utili per non dimenticarne nessuno:
- Rischi per la sicurezza: eventi improvvisi che causano infortuni, come cadute, tagli, schiacciamenti, ustioni, contatti elettrici, incendio.
- Rischi per la salute: esposizioni prolungate che causano malattie, come rumore, vibrazioni, agenti chimici e biologici, movimentazione dei carichi, videoterminali.
- Rischi trasversali o organizzativi: legati a come è organizzato il lavoro, come stress lavoro-correlato, lavoro solitario, turni, rapporti con il pubblico.
La lettera q) dell'art. 2 chiede una valutazione «globale e documentata di tutti i rischi»: le tre famiglie servono proprio a verificare che la valutazione sia completa.
Checklist: come scrivere bene pericoli e rischi
Molti documenti confondono i due termini fin dall'intestazione delle tabelle. Prima di firmare o accettare un DVR, controlla questi punti.
- La colonna «pericolo» elenca cose o situazioni (macchina, sostanza, ambiente), non danni.
- La colonna «rischio» descrive un evento con un verbo: cadere, tagliarsi, inalare, schiacciarsi.
- Ogni rischio indica la fase di lavoro in cui si presenta, compresi pulizia, manutenzione e carico-scarico.
- Ogni rischio indica chi è esposto: mansione o gruppo, non «tutti» per comodità.
- Il danno è descritto sulla persona e la sua gravità è coerente con la scala dichiarata.
- La probabilità tiene conto delle misure già presenti, e il documento dice quali sono.
Una riga come «Rischio: coltelli. Misura: guanti» non supera nessuno di questi controlli. Altri esempi di formulazioni sbagliate sono nella scheda sugli errori più frequenti nella valutazione dei rischi, mentre il contenuto completo del documento è descritto nella guida al DVR documento di valutazione dei rischi.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra pericolo e rischio in una frase?
Il pericolo è ciò che può causare un danno, per sua natura; il rischio è la probabilità che quel danno accada a qualcuno nelle condizioni reali di lavoro. Un pavimento bagnato è un pericolo; la possibilità che il cameriere scivoli portando i piatti durante il servizio è il rischio. Per questo si valutano i rischi, non i pericoli: lo stesso pericolo può dare rischi molto diversi.
Se elimino il pericolo, devo ancora valutare il rischio?
Se il pericolo è davvero eliminato, quel rischio non esiste più e nel DVR basta indicare la misura adottata, ad esempio la sostituzione di un prodotto corrosivo con uno che non lo è. Va però verificato che la soluzione non introduca pericoli nuovi: il prodotto sostitutivo potrebbe essere infiammabile o sensibilizzante. Eliminare è la misura migliore, ma va documentata come le altre.
Il danno si misura in giorni di assenza?
Spesso le scale di gravità usano i giorni di assenza come riferimento pratico: lieve se si recupera in giornata, modesto con pochi giorni, grave con assenze lunghe o effetti permanenti. Non è un obbligo di legge, ma è un criterio chiaro e verificabile. Per le malattie professionali conviene ragionare invece sugli effetti a lungo termine, come la perdita dell'udito o le allergie.
Chi decide i valori di probabilità e danno?
Li stabilisce chi valuta, cioè il datore di lavoro con la collaborazione dell'RSPP e, se nominato, del medico competente, dopo aver consultato l'RLS. Devono basarsi su elementi osservabili: frequenza dell'attività, storia degli infortuni, misure presenti. Valori scelti a sensazione, tutti uguali o tutti bassi, sono il segnale di una valutazione fatta a tavolino.
Approfondisci nella guida
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