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Guida Sicurezza 81

Impianto elettrico e rischio incendio nei luoghi di lavoro

Impianto elettrico e rischio incendio: come nascono gli inneschi, conformità DM 37/2008, verifiche DPR 462/2001, multiprese, quadri e termografia.

Un impianto elettrico diventa causa di incendio quando conduttori, contatti o apparecchi si scaldano oltre il previsto: sovraccarichi, cortocircuiti, connessioni allentate, isolanti degradati. La prevenzione passa da un impianto realizzato a regola d'arte con dichiarazione di conformità, dalle verifiche della messa a terra, dalla manutenzione dei quadri e da un uso quotidiano corretto di prese e prolunghe.

Come l'elettricità innesca un incendio

L'energia elettrica produce calore ogni volta che attraversa una resistenza. Finché l'impianto è dimensionato e protetto correttamente, quel calore resta sotto controllo. Diventa un innesco in cinque situazioni tipiche:

  1. Sovraccarico: più apparecchi di quanti il circuito o la presa possano sostenere, con conduttori che si scaldano lungo tutto il percorso.
  2. Cortocircuito: contatto tra conduttori per isolante danneggiato, schiacciato o roso, con arco e scintille.
  3. Contatto difettoso: un morsetto allentato o una spina ossidata creano una resistenza locale che scalda un punto preciso, spesso dentro un quadro o una scatola di derivazione.
  4. Apparecchi surriscaldati: ventole bloccate dalla polvere, apparecchi coperti, lampade a contatto con materiali combustibili.
  5. Prolunghe avvolte: un avvolgicavo usato senza svolgere il cavo dissipa male il calore e può surriscaldarsi già a carichi moderati.

Il funzionamento delle protezioni, il rischio di contatto elettrico per le persone e le qualifiche di chi può intervenire sull'impianto sono trattati nel capitolo sul rischio elettrico. Questa pagina guarda l'impianto solo come possibile sorgente di innesco, dentro la valutazione del rischio incendio.

Cosa chiedono le norme antincendio all'impianto

Il D.M. 3 settembre 2021 dedica il punto 4.8 dell'Allegato I agli impianti tecnologici e di servizio, compresi quelli elettrici. Due regole: devono essere «realizzati, eserciti e mantenuti in efficienza secondo la regola dell'arte» e devono essere «disattivabili, o altrimenti gestibili, a seguito di incendio» (testo dei decreti pubblicato dai Vigili del Fuoco).

La seconda regola ha una conseguenza pratica spesso trascurata: chi gestisce l'emergenza deve sapere dov'è l'interruttore generale, poterlo raggiungere e sapere cosa resta alimentato dopo lo sgancio, ad esempio le luci di emergenza autonome. L'interruttore va segnalato e indicato nel piano o nelle istruzioni di emergenza.

Sul fronte del D.Lgs. 81/08, l'art. 80 chiede al datore di lavoro di prevenire anche i rischi di incendio e di esplosione derivanti dagli impianti elettrici, e l'art. 86 richiede controlli periodici secondo la buona tecnica. Il testo è su Normattiva.

Ambienti a maggior rischio in caso di incendio

La norma impiantistica CEI 64-8 individua una categoria particolare: gli ambienti a maggior rischio in caso di incendio, per affollamento, tempi di esodo lunghi, presenza di materiali combustibili o di lavorazioni pericolose. La classificazione la fa il progettista dell'impianto, sulla base della valutazione del rischio incendio. Rientrarci cambia tre cose:

AspettoAmbiente ordinarioAmbiente a maggior rischio in caso di incendio
Progetto dell'impianto (DM 37/2008, art. 5)Professionista solo sopra le soglie di potenza o superficie; altrimenti può redigerlo il responsabile tecnico dell'impresa installatriceProgetto di un professionista iscritto all'albo
Verifica periodica della messa a terra (DPR 462/2001, art. 4)Ogni 5 anniOgni 2 anni
Requisiti di installazioneRegole generali della CEI 64-8Prescrizioni aggiuntive su condutture, protezioni e apparecchi

Per i luoghi di lavoro di attività produttive, commerciali e terziarie il progetto del professionista serve comunque quando l'alimentazione supera 1.000 V oppure, in bassa tensione, con potenza impegnata superiore a 6 kW o superficie superiore a 200 m². Le procedure di invio della dichiarazione di conformità e di scelta dell'organismo verificatore sono spiegate nella pagina sulla dichiarazione di conformità e in quella sulle verifiche periodiche dell'impianto.

Un punto da controllare nel proprio DVR: se la valutazione antincendio descrive un magazzino pieno di imballaggi o un locale molto affollato, ma la classificazione dell'impianto lo tratta come ambiente ordinario, i due documenti non sono coerenti. Conviene chiedere all'impresa elettrica o al progettista di confermare la classificazione.

L'uso quotidiano: prese, prolunghe, quadri

Molti inneschi non dipendono dall'impianto fisso ma da come lo si usa. Le regole che tengono sotto controllo la maggior parte dei casi:

  • prese sufficienti dove servono, invece di multiprese inserite una nell'altra;
  • prolunghe solo temporanee, svolte completamente e non fatte passare sotto tappeti o porte;
  • apparecchi ad alto assorbimento, come stufette, bollitori e piastre, collegati direttamente a una presa a muro e mai lasciati accesi a fine giornata;
  • quadri elettrici chiusi, puliti, con spazio libero davanti e senza materiale appoggiato o depositato nel locale;
  • caricabatterie adatti all'apparecchio, ricariche in area dedicata e non su superfici combustibili.

I dettagli su adattatori e prolunghe sono nella pagina su prese, prolunghe e multiprese. Ogni intervento sull'impianto, anche la sostituzione di una presa, va affidato a personale qualificato e, se modifica l'impianto, a un'impresa abilitata.

La termografia come buona prassi

La termografia a infrarossi fotografa la temperatura delle superfici. Applicata ai quadri elettrici sotto carico, mostra morsetti, interruttori o barre che si scaldano più del normale, cioè i contatti difettosi che possono diventare un innesco. Nessuna norma la impone alle piccole imprese, ma è un controllo rapido e non invasivo, che molte imprese elettriche offrono insieme alla manutenzione.

Ha senso soprattutto dove i quadri sono molto caricati, l'impianto ha qualche anno o il locale è a maggior rischio in caso di incendio. L'esito va conservato con le altre manutenzioni e le anomalie corrette con un intervento registrato.

Esempio: piccolo magazzino con uffici

Esempio: azienda di distribuzione con 8 dipendenti, 500 m² di magazzino con scaffalature di imballaggi in cartone e 80 m² di uffici. L'impianto è del 2009, con dichiarazione di conformità. La valutazione incendio evidenzia nel magazzino un'elevata quantità di materiale combustibile; il progettista conferma che l'area è classificata a maggior rischio in caso di incendio. Conseguenze: verifica della messa a terra ogni 2 anni, da segnare nello scadenziario; termografia del quadro generale, che trova un morsetto surriscaldato poi serrato; area di ricarica del transpallet elettrico spostata lontano dalle scaffalature; divieto di stufette negli uffici.

Errore tipico in ispezione

Le carenze più frequenti sono due. La prima è documentale: dichiarazione di conformità mancante dopo un ampliamento o un trasloco, o verifica della messa a terra con la periodicità quinquennale in un ambiente che andrebbe verificato ogni due anni. La seconda si vede a occhio: quadro elettrico usato come scaffale, sportello aperto, multiprese a cascata sotto le scrivanie. Entrambe smentiscono un DVR che dichiara il rischio sotto controllo.

Domande frequenti

Chi decide se un ambiente è a maggior rischio in caso di incendio?

La classificazione è una scelta tecnica del progettista dell'impianto elettrico, che applica i criteri della norma CEI 64-8 tenendo conto della valutazione del rischio incendio: affollamento, difficoltà di esodo, materiali combustibili, lavorazioni. Il datore di lavoro deve fornire le informazioni corrette e verificare che classificazione, progetto e periodicità delle verifiche siano coerenti con il DVR.

La termografia dei quadri elettrici è obbligatoria?

No, nessuna norma la impone in generale alle piccole imprese. È una buona prassi di manutenzione predittiva: individua i punti caldi dei quadri sotto carico prima che diventino un guasto o un innesco. Ha più senso con quadri molto caricati, impianti datati o ambienti a maggior rischio in caso di incendio. L'esito si conserva con le altre manutenzioni dell'impianto.

Le multiprese sono vietate nei luoghi di lavoro?

Non sono vietate in sé. Una multipresa conforme, collegata direttamente a una presa a muro e usata entro la potenza indicata, è ammessa. Il problema sono le multiprese inserite una nell'altra, gli adattatori multipli, gli apparecchi ad alto assorbimento collegati insieme e le prese sotto scrivanie piene di carta. Se servono stabilmente molte prese, la soluzione è farne installare di nuove da un'impresa abilitata.

Ogni quanto va verificata la messa a terra?

Secondo l'art. 4 del D.P.R. 462/2001 la verifica periodica è quinquennale nei luoghi di lavoro ordinari e biennale nei cantieri, nei locali a uso medico e negli ambienti a maggior rischio in caso di incendio; anche nei luoghi con pericolo di esplosione è biennale. La verifica la richiede il datore di lavoro all'ASL, all'ARPA o a un organismo abilitato, che rilascia il verbale.

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